DISCRIMINAZIONE SESSUALE
Giuridicamente, si tratta di atto o comportamento che comporta
effetti pregiudizievoli per un sesso, solitamente per le donne.
Basta che il comportamento sia oggettivamente pregiudizievole
anche al di là delle intenzioni del soggetto discriminante.
Le discriminazioni possono essere dirette o indirette.
Si ha "discriminazione diretta" quando viene applicato un trattamento,
esplicitamente diverso e meno favorevole, alle donne rispetto
agli uomini. Per esempio, una retribuzione più bassa per la
stessa mansione oppure una valutazione, ai fini di una assunzione
o di una progressione di carriera, che tiene conto di elementi
come lo stato di famiglia o la possibilità di gravidanze, ecc.
Riconosciute e punibili sono anche le "discriminazioni indirette".
Si tratta di comportamenti apparentemente neutri che comportano
effetti proporzionalmente più svantaggiosi per le donne. Per
esempio, il tenere conto dell'altezza o della forza fisica tra
i criteri per le assunzioni, quando questi non siano requisiti
essenziali per il lavoro.
Contro le discriminazioni dirette e indirette è possibile adire
in giudizio da parte della singola lavoratrice. La consigliera
di parità può proporre ricorsi contro comportamenti discriminatori
di carattere collettivo da parte di datori di lavoro.
DISCRIMINAZIONE STATISTICA
La "discriminazione statistica" è una teoria economica che tenta
di spiegare la discriminazione delle donne nel mercato del lavoro,
come effetto della scelta del datore di lavoro di minimizzare
i costi di reclutamento / selezione del personale: sapendo che
"in media" le donne sono meno produttive, non assume (o non
promuove) "nessuna" donna.
PROVA STATISTICA
L'insieme degli elementi di fatto idonei a fondare, in termini
precisi e concordanti, la presunzione dell'esistenza di atti,
patti o comportamenti discriminatori in ragione del sesso.
Essa è costituita dai dati di carattere statistico relativi
alle assunzioni, ai regimi retributivi, all'assegnazione di
mansioni e qualifiche, ai trasferimenti, alla progressione in
carriera e ai licenziamenti.
DIFFERENZA/UGUAGLIANZA/DISUGUAGLIANZA
Per richiamare velocemente i termini filosofici della questione,
nell'incrociare i termini di uguaglianza e di differenza sessuale,
si deve tener conto "dell'uno che si annida nel concetto di
uguaglianza e comprendere lucidamente la sua strutturale inconciliabilità
con il due originario e fondante che il concetto di differenza
sessuale necessariamente implica"(Adriana Cavarero).
Detto in parole semplici, ciò significa che al mondo esistono
uomini e donne, segnati dalla loro appartenenza di genere e
ciò significa anche che l'appartenenza ad un sesso non è solo
una variabile, per quanto importante, ma un dato originario,
fondante dell'assetto sociale.
Il termine uguaglianza implica e sottende una politica di emancipazione,
cioè di sottrazione a una condizione disuguale, minore, segnata
dall'oppressione, verso la tensione a diventare "uguali" all'altro
per definizione, al mondo, ai valori, alle possibilità e ai
privilegi del maschile. Detto in modo sommario, si potrebbe
dire che il percorso poteva essere individuato nel diventare
"veri uomini" per poter essere "vere donne", cioè per passare
dalla disuguaglianza all'uguaglianza.
Tuttavia, molto presto nel femminismo italiano diventa chiara
e forte l'ostilità alla concezione di emancipazione, in quanto
concezione di omologazione al mondo maschile. Per le teoriche
femministe negli anni '80, l'emancipazione è una forma di inautenticità
perché non si vede cosa una donna possa esprimervi e ricervarvi
di proprio. Il termine di riferimento teorico diventa non più
quello della parità ma quello dell'analisi della diversità dei
percorsi di uomini e donne, quindi quello della differenza.
Vengono quindi sottolineati tutti gli elementi di diversità
biologica, di costruzione dell'identità sociale, di modalità
di porsi di fronte al mondo tra uomini e donne e vengono valorizzati,
tematizzati, sostenuti i "modi" delle donne, come un portato
originale alla costruzione della società.
E tuttavia, è importante sottolineare che il tema della differenza
ha potuto affermarsi perché è sostenuto da una solida base emancipativa
già avvenuta (nella scolarizzazione, nella partecipazione al
mercato del lavoro) cosicché non è più sovrapponibile al tema
della disuguaglianza poiché le diversità si costruiscono solo
sulla base della parità. Oggi per le donne essere diverse può
non significare più essere disuguali.
SEGREGAZIONE OCCUPAZIONALE
Si riferisce alla concentrazione delle donne in determinati
segmenti del mercato del lavoro (ad es. più nel settore dei
servizi che nell'industria, nell'industria tessile più che in
quella chimica ecc.), in determinate professioni o mestieri
(ad es. maestra, infermiera, estetista), in determinate qualifiche
professionali (ad es. impiegate d'ordine, operaie non qualificate
ecc.).
Si distinguono due tipi di segregazione: quella verticale e
quella orizzontale.
A livello aziendale segregazione verticale è quella che vede
le donne ai livelli inferiori della struttura occupazionale
(categorie, qualifiche, livelli di inquadramento); la segregazione
orizzontale è, invece, quella che descrive la concentrazione
delle donne in alcune posizioni o mansioni (segretaria, impiegata
amministrativa ecc.), anche di uno stesso livello. Le due forme
spesso si intrecciano, ad es. dove le occupazioni più femminilizzate
sono anche quelle che prevedono percorsi di carriera ridotti
o inesistenti.
Anche se di per sè il concetto di segregazione occupazionale
non coincide con quello di discriminazione, di fatto la segregazione
occupazionale corrisponde spesso a situazioni o collocazioni
svantaggiate dal punto di vista professionale e sociale (lavori
meno retribuiti, meno qualificati), che sono il risultato di
processi di discriminazione nei confronti delle donne.
La segregazione occupazionale è anche un effetto della segregazione
formativa, cioè dei diversi percorsi di studi cui si indirizzano
i ragazzi e le ragazze.
DIVISIONE SESSUALE DEL LAVORO
Riguarda il fatto che in tutte le società esistono alcuni lavori/attività
praticati dagli uomini e considerati maschili, e altri lavori/attività
praticati dalle donne e considerati femminili. in generale significa
che esiste una attribuzione di ruoli sociali diversificati per
il genere maschile e per il genere femminile.
Nella nostra società è attribuita alle donne come prioritaria
l'area del lavoro familiare e domestico, del lavoro di cura
e della riproduzione, agli uomini l'area del lavoro retribuito,
della produzione.
Mentre la crescita della presenza e della permanenza delle donne
nel lavoro retribuito tende a modificare su questo versante
i tradizionali confini di ruolo, permane ancora una forte segregazione
per sesso sul versante del lavoro familiare, che non si ridefinisce
sostanzialmente neppure dove le donne sono occupate nel mercato
del lavoro (doppia presenza)
Minor visibilità, minor riconoscimento e minor potere sono generalmente
associati ai lavori e alle attività svolte dalle donne, non
solo per quanto riguarda il lavoro domestico e familiare, ma
anche il lavoro professionale.
DOPPIA PRESENZA
Termine introdotto in Italia verso la fine degli anni 70 (da
Laura Balbo), che designa la peculiare partecipazione al lavoro
da parte delle donne come contemporanea "presenza" nel lavoro
per il mercato e nel lavoro familiare.
L'avere descritto la condizione delle donna-lavoratrice in termini
di doppia presenza e' importante perché ha messo fine allo stereotipo:
lavoro maschile = centrale, lavoro femminile = marginale e ha
invece tentato di descrivere una realtà più complessa.
La condizione di doppia presenza è fondamentale nella strutturazione
della identità sociale delle donne che risultano vivere una
doppia appartenenza. Ciò comporta il fatto che le donne fanno
riferimento a due codici di comportamento diversi - quello della
gestione della famiglia e quello del lavoro professionale -
che hanno la caratteristica di mescolarsi piuttosto che semplicemente
di sommarsi (le donne pensano ai figli mentre lavorano, oppure
anche organizzano il proprio ménage in modo professionale...).
La doppia presenza descrive un fenomeno tipicamente femminile.
Tuttavia si comincia a parlare di doppia presenza anche per
i maschi, visto il cambiamento, per quanto lento, dei ruoli
familiari.
LAVORO DI CURA
E' il termine più usato per designare il lavoro familiare, nella
sua accezione più ampia: non solo lavoro materiale e gestionale
ma anche presenza, attenzione, affetto.
in senso ancora più lato, si riferisce alla componente "di cura"
presente in molte professioni (quelle tipiche socio-assistenziali
ma anche alcune del mondo industriale, come la segretaria).
C'è tendenza a considerarlo in modo riduttivo, come lavoro domestico,
generica attività relazionale, ecc.; a non riconoscerne la complessità
e i requisiti di competenza; a darne per scontata la gratuità.
Anche dove è una componente del lavoro professionale, in genere
resta "invisibile", nel senso che non rientra nei contenuti
che sono oggetto di valutazione.
Gli studi sulle donne e le politiche delle donne ne hanno rivendicato
la visibilità come "lavoro" e non solo come amore e vocazione
femminile/materna, sottolineandone le competenze ed il valore
economico.
Con la nuova partecipazione delle donne al lavoro per il mercato,
vi è una tendenziale redistribuzione del lavoro di cura nella
coppia. La situazione risulta però ancora fortemente diseguale,
sia per il carico materiale, sia per quello di responsabilità.
PARITÀ (NEL LAVORO)
Il tema della parità trova le sue origini nella legge 903/'77,
punto di approdo di un percorso di emancipazione da un'ottica
puramente di tutela del lavoro femminile e per l'affermazione
di pari diritti tra donne e uomini anche nel mondo del lavoro
avviatosi con la carta costituzionale (art. 3 - art.37).
Alla base sta una concezione in cui il principio della tutela
e quello della parità tendono a risultare contrapposti: la tutela
è intesa come deroga alla parità. In questa direzione vengono
definite misure quali: la rimozione di alcuni dispositivi di
tutela (lavori faticosi, lavoro notturno) ma con possibilità
di deroga gestita a livello di contrattazione sindacale.
La compresenza di due diverse prescrizioni (parità e tutela)
prevede una specificità di trattamento delle lavoratrici rispetto
ai lavoratori per quanto riguarda le condizioni di lavoro (orari,
permessi) per il loro ruolo nella riproduzione da un lato e
dall'altro la parità retributiva.
PARI OPPORTUNITÀ
Il termine pari opportunità introduce con la Legge n. 125/91
(ART.1) l'obiettivo del raggiungimento di una parità sostanziale
tra donna e uomo, a partire dalla consapevolezza che la parità
formale (l.903/77) non è di per sé garanzia sufficiente ad eliminare
la subalternità delle donne sul mercato ma che occorra garantire
condizioni effettive di valorizzazione del lavoro femminile.
Le azioni positive previste dalla legge sono quindi finalizzate
non solo ad eliminare i fattori di discriminazione diretta e
indiretta ma anche a intervenire sui fenomeni (ad es.: segregazione
occupazionale e nella formazione) che nel corso del tempo hanno
determinato - anche per l'incidenza di particolari modelli culturali
(stereotipi)- una svantaggiosa collocazione professionale per
le donne.
Si sottolinea in particolare la complessità di una presenza
femminile a cavallo tra lavoro produttivo e lavoro di riproduzione
(vedi doppia presenza), e come il perdurare di una divisione
sociale del lavoro tra i sessi che attribuisce alle donne un
carico maggiore negli impegni familiari le penalizzi sul piano
della realizzazione professionale.
Gli interventi a favore delle pari opportunità possono in particolare
essere promossi e realizzati da organismi paritetici (azienda/ente-sindacato),
i comitati per le pari opportunità, che a questo scopo sono
riconosciuti come soggetti di richieste di finanziamento al
ministero del lavoro sui fondi per le azioni positive della
Legge n. 125/91.
Sono state sollevate obiezioni (vedi azioni positive) alla legittimità
di una normativa che prevede interventi specifici a favore delle
donne, e quindi a svantaggio dei lavoratori di sesso maschile.
AZIONE POSITIVA
E' una misura specifica a favore delle donne tesa all'uguaglianza
sostanziale tra uomini e donne nel lavoro.
L'azione positiva si pone l'obiettivo finale del riequilibrio
delle opportunità tra uomini e donne laddove si verifichi una
situazione di fatto di diseguaglianza a sfavore delle donne.
Situazione di diseguaglianza che va eliminata attraverso misure
diseguali specifiche che favoriscono le donne (azioni positive).
Le azioni positive previste nella Legge n. 125/91 si rifanno
a due modelli:
a) Il primo riguarda le azioni positive che intendono rimediare
alle conseguenze sfavorevoli per le donne derivanti da discriminazioni
dirette o indirette.
b) Il secondo riguarda le azioni positive che intervengono per
favorire le condizioni di pari opportunità, ad es. rompendo
la segregazione formativa e professionale, o riequilibrando
le responsabilità familiari e professionali tra uomini e donne.
BUONA PRASSI
Con questo termine si fa riferimento alla decisione 95/593/CE
del 22 dicembre 1995 del Consiglio della Comunità Europea che
istituisce un programma di azione comunitaria a medio termine
(1996-2000) per le pari opportunità per le donne e gli uomini.
Per buone prassi si possono intendere attività transnazionali
di promozione, di sviluppo e di sperimentazione di metodi, strategie
e azioni volti a favorire i cambiamenti di mentalità e a promuovere
la dimensione di parità e di opportunità in settori specifici
e nell'elaborazione, nell'attuazione e nel monitoraggio di tutte
le politiche e azioni dell'Unione Europea e degli Stati Membri,
nel rispetto delle rispettive competenze.
MAINSTREAMING
Letteralmente "portare nella corrente principale ovvero assicurare
alle donne e agli uomini gli stessi vantaggi e le stesse possibilità
inserendo una prospettiva di genere in ogni azione progettata,
in ogni scelta politica, nell'attività legislativa, programmatica
e di governo, in tutti i campi e a tutti i livelli, affinché
non si perpetui la diseguaglianza.
EMPOWERMENT
Integrazione e partecipazione delle donne all'interno dei processi
decisionali intesi in senso lato. Il termine richiama una visione
del potere come processo dinamico e non come blocco statistico
e svela che esistono possibilità di decisione laddove non lo
si riteneva possibile. Questa forma di potere e responsabilità
delle donne passa attraverso processi di autostima, autovalorizzazione,
rafforzamento dell'identità personale, capacità di espressione
di sé, sviluppo dell'armonia con se stesse e con gli altri e
consapevolezza della possibilità di realizzare uno sviluppo
più equo, una politica più democratica, una società più libera
e solidale. |